Turisti Go Home!

Gestire l’abbondanza dei turisti in Italia per evitare la turismofobia

Poco turismo non va bene, troppo turismo non va bene. Questa è la situazione nella quale cominciano a trovarsi alcune destinazioni italiane: dalle Cinque Terre a Venezia, passando per Firenze e Capri, da città come Roma a San Giminiano e molti borghi italiani. Ma un problema più allarmante è la crescente “turismofobia” di alcune destinazioni.

Il buon risultato ottenuto l’anno scorso dal turismo italiano, e le prospettive positive affacciatesi per questo in corso, hanno portato a un’abbondanza di turismo che, se non viene gestita adeguatamente, può rivelarsi una criticità, tanto da rovinarci il futuro. Il turismo è senza dubbio un bene per il territorio, apportando attività economica e generando sviluppo, ed è sicuramente un bene necessario per l’Italia, ma è inutile parlare di turismo responsabile o sostenibile se questo non viene attuato adeguatamente.

È davanti alla pressione che subiscono alcune destinazioni turistiche che si scatena la solita guerra del turismo: c’è chi ragiona secondo l’idea del numero chiuso, mentre altri sono del parere che “è brutto respingere un visitatore lasciandolo alla porta, dicendo: siamo pieni”. La verità è che la situazione che stiamo vivendo non è altro che il risultato della mancanza di strategia e gestione nelle destinazioni italiane. Da noi infatti, non sono mai esistiti meccanismi di gestione dei flussi turistici, e molto spesso il turismo risponde ad un modello di volume, e non di qualità dei volumi. L’empasse nella quale ci troviamo vede da un lato l’aumento dei volumi di arrivi dei turisti, soprattutto internazionali, ma dall’altro non vede incrementare la spesa media né le entrate generate dal turismo.

Il problema andrà sicuramente crescendo dal momento che il turismo, come attività d’intrattenimento e di piacere, si è generalizzato: non è più un lusso di pochi, ma si è fatto popolare e alla portata di tanti. Il turismo di oggi è frutto dello sviluppo della classe media su scala globale (pensiamo ai cinesi), ma anche della logica low cost. Fare turismo è un bisogno (fisico o mentale) e si percepisce quasi come un diritto, ma soprattutto è un abitudine sociale. Di conseguenza, seppur alcuni problemi di sicurezza e altri fattori andranno ad incidere sul turismo provocando uno spostamento dei flussi, è certo che la gente continuerà a viaggiare, e tutto indica che il turismo continuerà a crescere.
Nonostante le sue bellezze paesaggistiche o i siti dell’Unesco, l’Italia non è tra paesi il cui prodotto interno lordo (PIL) generato dal turismo sia particolarmente incidente: in dieci anni, le presenze turistiche sono aumentate di oltre il 28% (dati World Economic Forum) ma il PIL rimane stabile. In realtà il nostro bel paese non è tra i primi 5 per volume di PIL nel mondo; in Europa ci superano Grecia, Spagna e Croazia. Ma c’è un altro dato da non sottovalutare: la permanenza media. Per i viaggiatori in Spagna la permanenza media è di 3,7giorni, in Grecia di 4,3 giorni, mentre sono 5,1 per la Croazia, 3,2 per l’Austria, senza dimenticare Malta con un 5,6. L’Italia sta a 3,5 giorni.

Cresce la turismofobia

Questi dati, facendo una semplice analisi, ci indicano come, seppur l’Italia abbia delle bellezze in ogni angolo del proprio territorio, non riesce a far restare i turisti al di fuori delle solite città d’arte, ed è un vero peccato per un paese come il nostro che potrebbe avere molto più turismo balneare o di altro tipo. Tradotto, se il turismo continuerà a crescere, e crescerà, ma non saremo in grado di gestire l’incoming, i flussi turistici verso l’Italia continueranno a concentrarsi nei soliti luoghi. Pertanto è da prevedere l’incremento di frizioni fra residenti e turisti, ossia maggiore “turismofobia”.

Le dichiarazione degli uni e degli altri, chi a favore del numero chiuso e chi a favore di non chiudere alcunché, fa sì che il problema non si risolva, tanto che abbiamo ancora un Piano Strategico del Turismo a livello nazionale fondato sul criterio dell’abbondanza, ovvero del turismo di volume. Sostenere l’anno del turismo responsabile, l’anno dei borghi o l’anno del cibo non serve assolutamente a nulla se non esiste dietro una strategia operativa reale.

Generalizzando, prima i turisti avevano chiare le zone dove andare e come muoversi, ovvero quando il modello di domanda turistica era quello della destinazione. Ma oggi i turisti amano mischiarsi con “i locali”, alla ricerca delle cosiddette “esperienze”. Di per sé non è negativo, anzi la “contaminazione” è sempre positiva, ma quando la frequentazione si traduce in frizione, nascono i problemi. E spesso, nel nostro caso, nascono perché i turisti non rispettano (o non conoscono) i codici di comportamento locale.

La vera sfida del turismo in Italia dovrebbe essere quella di passare quindi da un modello di volume a un modello di margini di contribuzione, ovvero di incremento della spesa. Sembra di essere tutti d’accordo su questo punto, ma si crede ancora che l’incremento della spesa o degli introiti derivanti dal turismo si consegua soltanto con l’incremento dei flussi turistici. È vero che il turismo in Italia è un’economia dell’abbondanza, ma la mancanza di controllo ci porta a dover tenere in considerazione alcuni problemi che non si possono lasciare irrisolti. Il rischio di “gentrificazione” in primis, ovvero quando il turismo massivo mette da parte i residenti provocando la “turistificazione” degli spazi (più o meno quello che succede a Venezia o Firenze). Il rischio vero lo vive anche Roma, come lo vivono altre destinazioni meno note, quando non appena i turisti arrivano alla destinazione, questa perde la sua identità per trasformarsi soltanto in un spazio a uso e consumo dei turisti.

Se un luogo, un quartiere o una spiaggia perde il suo sapore iniziale, quello che conferiva un certo appeal, in realtà perde l’attrattività, o al meno gran parte d’essa.

Alcune zone della Sardegna si trovano in questa situazione, come la Liguria e anche il Salento. Forse per la loro particolarità non è ancora un casus, ma la perdita di attrattività di alcune destinazioni in Sicilia, in Toscana o anche nelle Cinque Terre, può far diminuire il loro “valore”, e con la discesa del “valore” si entra in una logica di riduzione dei prezzi da parte degli operatori per poter mantenere, con piu arrivi, gli stessi margini. In questo modo si entra in un circolo vizioso che provoca peggiore attrattività. La nascita delle piattaforme internet che mettono in contatto i turisti con proprietari o gestori di case ed appartamenti ha moltiplicato questo rischio. Il problema non è però delle piattaforme, ma dell’eccessiva offerta esistente (come nel caso dell’Italia dove non c’é né regolazione né controllo).

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Da un lato i flussi turistici continueranno ad aumentare, soprattutto per la situazione creatasi in altre destinazioni del Mediterraneo, ma anche a causa dell’impatto dell’economia collaborativa che cresce pressata dalla domanda. E’ necessario abbandonare l’idea che il turismo possa essere sostenibile; esso per definizione non lo è, anzi è assolutamente il contrario: crea impatti negativi sul medio ambiente e nell’ambito sociale della destinazione, provoca incremento del consumo del territorio e altre conseguenze. Una buona gestione turistica (Destination Management) consiste proprio nell’assicurare un buon equilibrio fra gli impatti positivi e quelli negativi.

Gestire la capacità di carico

Gestire ed amministrare grandi volumi di visitatori è una necessità, perché tutte le destinazioni hanno quello che si chiama la Carrying Capacity, o indice di carico della destinazione. Il nostro problema è che non c’é nessuna destinazione turistica italiana che abbia idea di quale sia il suo indice di carrying capacity. Nel turismo italiano ci siamo concentrati sempre nella promozione e poco, o quasi mai, nella gestione che è ben più complessa. La prima questione da affrontare è produrre una trasformazione dal marketing verso la gestione stessa del marketing. La gestione del marketing va molto oltre la semplice promozione turistica, e questo vuol dire scegliere quale tipo di turisti vogliamo, da dove vogliamo che arrivino, quando e come! In realtà i nostri paesi competitor già lo hanno capito, e come prova stanno cambiando il significato della M per eccellenza del turismo, ovvero non più Destination Marketing Organizations ma Destination Management Organizations (DMO).

La gestione di una destinazione si attua attraverso misure di regolamentazione, controllo e direzionalità dei flussi turistici. Ma cosa si intende per carrying capacity? Essa altro non è che il volume di visitatori che una destinazione, che sia piccola o grande, può sostenere in equilibrio con il medio ambiente o con le attrattive turistiche della destinazione stessa. Il problema evidentemente sta nel gestire adeguatamente questo limite massimo, in modo che non si vadano a pregiudicare gli interessi economici del settore turistico, ma anche tenendo in considerazione la convivenza del turismo con i residenti. Siamo allora in quello che si chiama Recreational Carrying Capacity.

Nel caso delle destinazioni italiane, alla luce di quello che sta succedendo a Venezia, Firenze, Roma, Capri e tante altre destinazioni, si cominciano a vedere le suddette posizioni di contrasto, ovvero lo scontro di opinioni tra quelli che vogliono mettere un limite, definire un numero chiuso, e quelli che ovviamente non lo vogliono. Dovrebbe essere responsabilità delle amministrazioni locali, ma anche regionali o a livello nazionale, capire e concordare qual è il Limite Accettabile di Capacità Turistica; una responsabilità quindi che attiene alla gestione delle destinazioni, con gli strumenti di controllo e conduzione dei flussi turistici in modo da stabilire il numero di visitatori accettabile in una destinazione senza che cambino eccessivamente le condizioni economiche della destinazione stessa e senza che si pregiudichi l’attrattività della destinazione. In pratica non si tratta d’altro se non di ottimizzare i flussi turistici e gestirli adeguatamente.

L’abbondanza di turisti può avere impatti negativi, come ad esempio il rischio che corre Matera, la città dei Sassi. La prossima Capitalità Culturale porterà a Matera centinaia di migliaia di turisti, che avranno un impatto positivo ma anche negativo sul territorio: pensiamo solo allo sfregamento che migliaia di scarpe di turisti faranno sui gradini della città, così come a tante altre piccole azioni che, rapportate all’ondata di turisti che arriveranno, controbuiranno negativamente sulla città. E il degrado impatterà negativamente su Matera come destinazione turistica nel post 2019, a meno che non si gestiscano adeguatamente i flussi. Non è da sottovalutare inoltre la scomodità e il disagio arrecati ai cittadini materani, insieme alla nascita di un buon numero di B&B o di case vacanze più o meno regolate… Matera potrebbe trovarsi sulla stessa strada che hanno ormai imboccato Venezia e anche Barcellona. La gestione della destinazione oggi non deve guardare ai volumi, ma alla redditività e alla sostenibilità economica e sociale.

Soluzioni

Le soluzioni per Matera, come anche per Venezia, Firenze, Roma, e altre destinazioni non sono solo il numero chiuso o il pagamento di un ticket, ma anche la gestione attraverso sistemi di contingentamento, slots, ecc. Seppur è vero che il diritto dei cittadini di muoversi ovunque si voglia andare sia inalienabile, la gestione del flussi, se ben fatta, non va a interferire con questo diritto. L’equilibrio fra gli interessi in gioco, spesso in conflitto, non è facile da raggiungere, ma essere in grado di cercare proattivamente il tipo di turismo e di turisti che più ci conviene in ogni caso, e disincentivare quello che non conviene, è ormai prioritario e non più rimandabile.

E’ perfettamente inutile l’idea della decongestione di mete troppo gettonate con percorsi alternativi. Un tour operator internazionale continuerà a vendere tali mete gettonate, proprio perché sono quelle che interessano maggiormente i turisti e dove il tour operator fa più business. E’ del tutto illusorio pensare che un turista internazionale che desideri venire in Italia e vedere Roma, Firenze, Napoli, Pompei o Venezia accetterà come succedaneo di San Giminiano o Pisa qualunque altro borgo italiano. Se non si può limitare il diritto dei cittadini e dei turisti di andare dove si vuole, figuriamoci pensare alla redistribuzione sul territorio e alla diversificazione dell’offerta. Questo lo può pensare soltanto chi non conosce come funziona il mercato turistico!

folla

I dilemmi nella gestione turistica per evitare impatti negativi e turismofobia sono diversi, ma è fondamentale passare a pensare che il ruolo dell’amministrazione locale, regionale o anche nazionale, non deve essere soltanto quello di fare promozione, comunicazione e essere social.

Tutti coloro che ne parlano, spesso non sanno che un turista dà più valore a un’attrattiva che può vedere o conoscere, se questa è ben gestita. Il mondo è pieno di luoghi che puoi andare a vedere se prenoti prima, e se non puoi oggi, ti prenoterai per domani o per la settimana prossima. Meglio questa comprensibile scomodità che non l’affollamento. In Francia ci sono una moltitudine di borghi e attrattive turistiche che funzionano cosi, come anche in Spagna e in Gran Bretagna; non succede nulla e anzi vanno benissimo con un limite di capacità turistica accettabile che soddisfa allo stesso tempo cittadini e operatori turistici.

Numero chiuso? Ticket?

In conclusione, non serve promuovere tutto il territorio né affrontare l’approccio frammentato che si è tenuto finora poiché il mercato e i flussi turistici funzionano in un altro modo: serve gestione dei flussi turistici, capacità e disponibilità, che è tutt’altra cosa. Quello che serve in Italia sono Piani di Destination Management, come quelli britannici, paese molto meno turistico rispetto all’Italia eppure già fattivo di questi piani. Il Governo ha stilato le linee guida perché i territori e le destinazioni gestissero adeguatamente i flussi turistici in equilibrio, consapevoli della necessaria salvaguarda dell’attrattiva turistica e insieme del business turistico e del benessere dei residenti.

Ma qui abbiamo anche un altro problema. Chi e come gestisce il turismo nella destinazione? L’esistenza nelle destinazioni di un soggetto con un ruolo di pianificatore/coordinatore è ad oggi, in un turismo globale ed iperconesso, ma soprattutto gestito da soggetti che non hanno nessun collegamento con la destinazione, fondamentale. Ma nel caso dell’Italia i modelli di gestione della destinazione a malapena esistono; siamo ancora attestati su modelli di gestione delle destinazioni di prima e seconda destinazione, mentre in Europa sono già a modelli di terza o quarta destinazione. Un assessorato non può fare destination management, perché non è il suo lavoro, ma soprattutto perché non ha le competenze e la capacità per trattare e gestire non solo i flussi turistici, ma chi sta a monte della gestione di tali flussi: le piattaforme internet.

Troppo spesso la mancanza di capacità e la non gestione del turismo ci hanno portato, senza che ce ne rendessimo conto, a un turismo massivo e low cost che sì genera impatti positivi e negativi, ma soprattutto alimenta controversie e “turismofobia”. Ad oggi la tecnologia offre le soluzioni per gestire una destinazione (gli smart destinations sono un esempio) ma in Italia siamo ben lontani da questi approcci. In realtà è arrivata l’ora per le destinazioni italiane che ognuno si assuma la propria responsabilità, delle collaborazione vere e fattive fra il pubblico e il privato. Nella gestione delle destinazioni è diventato necessario passare dalle tradizionali partnership pubblico-private-PPP- (e purtroppo in Italia ne abbiamo poche) a una più ampia partnership Pubblico-Privata-People, ovvero P-p-P-p.

Che sia in un senso o nell’altro, ciò che bisogna fare è passare all’azione, con concretezza e competenza e… sperare in bene!

Comments 2

  1. Nuccio Monello

      |   reply

    In Sardegna, un razionale incremento del turismo “semovente”, sortirebbe l’auspicabile risultato di una più eterogenea e regolare distribuzione dei flussi sul territorio, evitando le note concentrazioni a macchia di leopardo. Tale risultato sarà possibile solo quando l’isola diverrà più accessibile via mare, sia in tema di costi che di tratte. Attualmente siamo vaccinati contro il rischio di questa … sindrome.

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