Promocommercializzazione: si o no?

Oggi, dire che il turismo si gioca online è veramente una banalità.

E i dati non fanno che confermarcelo: solo nel 2014, infatti, il 35% del mercato turistico è stato generato online. Ma non solo: il 61% dei viaggiatori cerca ispirazione ed informazioni in rete e ben l’80% la usa come strumento per pianificare la propria vacanza. Con queste premesse è logico pensare che tutte le destinazioni, piccole o grandi che siano così come tutte le aziende turistiche, devono per forza essere presenti sul web.
E fino qua credo che saremo tutti d’accordo.

In particolare, per quanto riguarda la ricerca d’informazioni (fase dreaming) e la pianificazione (fase planning) è fondamentalmente essere online.
Il booking (per fortuna) non avviene sempre tramite il web anche se la percentuale del business turistico intermediato online è in crescita, e lo sarà sempre di più, sia per le strategie dei grandi player sia per la nascita costante di nuovi operatori online che lavorano su segmenti o su prodotti specifici (airbnb, Musement, Hoteltonight, ecc).

E tutto ciò per il turismo italiano significa solo una cosa: sempre più difficoltà ad inserirsi nel mercato, soprattutto per quanto riguarda l’incoming. Infatti, proprio per le sue diversità e molteplicità in termini di prodotti e di destinazioni, l’Italia difficilmente riesce ad essere “visibile” nel grande mercato turistico.
A ciò si aggiunge la tendenza crescente fra gli operatori e gli esperti del settore a considerare inutile effettuare investimenti in rete, per dotarsi di portali e per promocommercializzare la propria offerta, proprio perché oggi la maggioranza delle prenotazioni viene generata dai grandi portali di prenotazione, quali Booking.com, Expedia, ecc.

Di fatto, il problema della disintermediazione è sempre lo stesso, anche se il settore sembra pensare una cosa e in realtà farne tutta un’altra, continuando a dimenticarsi che la scelta della destinazione avviene prima della ricerca della sistemazione. Il problema vero dell’intermediazione online infatti non sono soltanto i costi proibitivi che impone alle aziende ma il fatto che per rendere competitivo e soprattutto “vendibile” online il prodotto accommodation o i servizi trasforma tutto in semplici “commodity”, annullando il valore aggiunto, l’elemento di differenziazione del singolo hotel o di una destinazione.

Sicuramente ciò che conta oggi è essere “visibile” ed è meglio esserlo in quanti più canali possibili, in modo tale che le proprie offerte e proposte possano raggiungere il mercato.
Alla fine, infatti, non bisogna dimenticare che l’obiettivo è generare vendite.

Lasciarsi quindi commercializzare soltanto da pochi canali, seppur efficaci, significa limitare la propria reddittività ed ipotecare il proprio futuro.

Se vuoi leggere l’articolo completo di Josep Ejarque, pubblicato sul blog The Matador di TTG, clicca qui!

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