Con la sharing economy, il turismo non è più lo stesso!

Per decenni, il turismo è stata un’attività abbastanza immobile.
I turisti acquistavano dei servizi, soggiornavano in hotel, viaggiavano in aereo o in macchina oppure si compravano un pacchetto completo, tutto rigorosamente rivolgendosi alle agenzie di viaggio, con l’obiettivo di visitare una città nuova o farsi una vacanza al mare.

Il concetto di vacanza era chiaro sia per i turisti che sapevano quello che potevano aspettarsi sia per gli operatori del settore che sapevano quali servizi dovevano offrire loro.
Questo equilibrio purtroppo oggi si è rotto e non esiste più.
Nel panorama attuale infatti non è detto che per un turista dormire in una destinazione significhi necessariamente andare in albergo così come non vuol dire che cenare equivalga ad andare in un ristorante o in una trattoria né che viaggiare preveda esclusivamente l’uso dell’aereo, del treno o del pullman.

Il turista post-moderno non si preoccupa infatti di condividere (sempre se il prezzo è ragionevole), non gli interessa la sicurezza né la qualità se questo gli consente di vivere esperienze più autentiche e vere. Ma non solo: oggi, è il turismo stesso ad essere cambiato. Non si tratta più infatti di un settore fatto solo di hotel, agenzie di viaggio, tour operator, guide turistiche, ecc, ma coinvolge direttamente anche i privati che possono offrire le proprie prestazioni e i propri beni al turista.

Senza dubbio, questa nuova economia collaborativa ha rivoluzionato il modo di viaggiare. Le nuove tecnologie, la facilità di acceso alle informazioni, l’esistenza di community nel web, hanno favorito la nascita di nuove modalità di fare turismo.
Se prima era normale rivolgersi ad un agenzia di viaggio, chiedere suggerimenti, informazioni e prenotare, oggi non è più cosi.
Le informazioni così come i consigli per scegliere la destinazione, il posto dove dormire, le attività da fare e le cose da vedere in loco si cercano in rete, consultando gli “amici” sui diversi social media o nei forum.
Anche la prenotazione si effettua online, non solo attraverso le OTA ma anche attraverso altri portali che consentono al turista di scegliere se soggiornare a casa di qualcuno, se viaggiare chiedendo un passaggio e condividendo il viaggio, se andare a cena a casa di sconosciuti e magari anche farsi accompagnare a visitare la città e fare qualche attività insieme.

Stiamo parlando dell’economia collaborativa o sharing economy che di fatto significa che due o più soggetti possono interagire tra di loro per soddisfare i reciproci bisogni di offerta e di domanda di servizi.
Si tratta ormai di una realtà che non si può ignorare perché di fatto sta modificando (e in parte ha già modificato!) i modelli e le formule tradizionali del turismo.
Come? Dove?

Semplice: le conseguenze sul settore turistico, dovute alla nascita e alla diffusione della sharing economy, riguardano fondamentalmente quattro ambiti: l’accomodation, il trasporto, la ristorazione e i servizi personalizzati. Questa tendenza a condividere, prestare, affittare e scambiare, resa possibile proprio dalle nuove tecnologie, consente ai viaggiatori di scoprire da una nuova prospettiva e soprattutto con dei costi (reali o apparenti) minori nuove destinazioni, anche meno conosciute.

La sharing economy ha profondo cambiato il turismo.
Oggi, il settore turistico non è più infatti composto solo da agenzie di viaggio e da tour operator né solo dalle OTA ma anche da nuovi intermediari che commercializzano appartamenti ed abitazioni, come per esempio AirBnB, Windu, 6Flats, Homeaway.
Ma non solo: i turisti possono anche scegliere forme alternative di alloggiamento in condivisione, avvalendosi di piattaforme come Coachsurfing, BnBGenius, Bedycasa, Tripwell, Guest to guest, ecc. Stesso discorso vale per la cucina, grazie a Gnammo, Vizeat, Solunch, Peoplecooks, Eatwith, Bonappetour, Kitchenparty e altri. Ancora.
E anche per le visite guidate: oltre che alle guide turistiche con patentino, i turisti possono rivolgersi ai cittadini locali, andando su Guide me Right, Curioseety, Native cicerone o Zestrip. Per non parlare del trasporto che grazie al carpooling di Blablacar, per citarne uno, o al servizio di transfer dall’aeroporto con fly2share, sta ridefinendo le modalità di spostamento dei turisti.

È evidente che oggi per le destinazioni gli attori con cui interfacciarsi, al fine di comunicare la propria offerta turistica ed organizzare promozioni, sono cambiati o per lo meno sono molto più numerosi.
Negli ultimi anni, anche il turista è cambiato e sicuramente cambierà ancora, soprattutto da quando i millenials sono entrati nel mercato e hanno portato con sé nuovi modi di fare turismo.
Indiscutibilmente, oggi le destinazioni si trovano sotto pressione.
È aumentato infatti il numero di arrivi turistici, mettendo a dura prova le infrastrutture e i servizi pubblici, oltre che la pazienza dei residenti locali. Anche il numero di posti letto è cresciuto, in alcuni casi addirittura del 50%. Purtroppo, però il settore turistico “tradizionale” non è riuscito a crescere con gli stessi ritmi.

La sharing economy non è un fenomeno passeggero, anzi, si tratta di una realtà ben salda che sicuramente crescerà ancora, sviluppandosi in sotto categorie. Perché si tratta di un business in crescita: i turisti e i visitatori consumano infatti di più i servizi condivisi o collaborativi (alloggio, pasti, attività, tempo libero, ecc) rispetto a quelli tradizionali. Inoltre, grazie alla sharing economy oggi si possono vivere nuove esperienze turistiche, si possono vedere nuove attrattive e soprattutto svolgere nuove attività. E questo ha dato nuove motivazione ai turisti per visitare una destinazione, attraendo anche profili e tipologie inedite di viaggiatori.

La sharing economy, generando un nuovo tipo di turismo, sta creando anche una sorta di area “grigia”, non solo per l’esistenza di un’offerta turistica non controllata e regolamentata ma anche per il fatto che ha prodotto flussi turistici che non possono essere accertati né registrati.
La problematica risiede nel fatto che le regole sulle quali si fonda il turismo e il mercato sono quelle del XX secolo mentre la domanda è già nel XXI! Il turismo della sharing economy è davvero una zona “grigia” perché se non è illegale, ossia “nero”, è anche vero che non è totalmente trasparente, ossia “bianco”!

Ed inoltre condiziona la reputazione delle destinazioni. Se prima infatti i turisti erano ben identificati e si muovevano in zone ed ambiti ben delimitati delle località, oggi non è più così. Il turismo si sta spostando in zone non più propriamente turistiche, provocando anche fastidi fra i residenti, generando un impatto negativo e soprattutto suscitando un’avversione locale e diffusa verso il turismo. I costi degli affitti così come dei servizi sono infatti saliti non solo per i turisti ma anche per chi vi abita.

Dall’altra parte, gli operatori turistici si lamentano per il fatto che si trovano a dover fare i conti con una concorrenza che gioca seguendo regole diverse, in una condizione di disparità.
I responsabili delle destinazioni si trovano quindi a dover affrontare questa situazione, cercando di fare il possibile per risolverla o quanto meno di limitarla, che significa di fatto controllarla, per evitare di perdere totalmente le redini e il controllo della destinazione
.
In questo senso, è importante che le DMO effettuino alcune riflessioni:
– in quali zone si deve sviluppare il turismo?
– quali tipologie di accomodation sono accettabili per i turisti che vengono nella destinazione?
– quali tipologie di alloggio (intese come case-appartamenti, camere in case abitate, ecc) sono accettabili per i turisti che vengono nella destinazione?
– quanti sono i turisti che possono avvalersi dell’offerta della sharing economy?
– qual è il punto di rottura da non superare per non mettere in difficoltà il settore turistico “classico” ed evitare che le aziende chiudano?
– i turisti della sharing economy devono pagare la tassa di soggiorno?
– chi è il responsabile nel caso si verifichino problemi o incidenti agli utenti della sharing economy?
– qual è realmente il volume di turisti “grigi” della destinazione?

Sono tutte domande di fondamentale importanza, in quanto è evidente che lo sharing tourism continuerà a crescere e l’unico modo per non farsi travolgere è accettarlo e iniziare a gestirlo.
Se oggi forse attira solo una nicchia di mercato non bisogna dimenticare che questa “nicchia”, costituita per lo più da millennials, è destinata inevitabilmente ad aumentare, fino ad arrivare a comprendere la maggioranza del mercato. Lo dimostra il fatto che le grandi aziende del turismo, come per esempio il Gruppo Accor o Starwood, stanno investendo per adeguare la propria offerta alla “sharing economy”.
E se non bastasse anche i dati lo confermano: secondo PhoCusWright, il 49% degli over 35, sceglie un alloggio privato (appartamento, casa, ecc) per fare le vacanze.
È quindi evidente che si tratta di un fenomeno che non interessa solo i millennials ma è trasversale.

A fronte di questi scenari e alla luce di queste prospettive, alle DMO non resta altro che adeguarsi, integrando la sharing economy con l’offerta turistica della destinazione. Non a caso, AirBnB sta firmando accordi con la DMO di Amsterdam e anche con Carlson Wagon Lits.
E’ infatti totalmente inutile combatterla: si tratta di una realtà e come tale va affrontata. Una realtà che in poco tempo è cresciuta in modo massiccio sia in termini di turisti che ne utilizzano i servizi sia per quanto riguarda le persone che si propongono come “host”, “greeter”, “local friend”, local guide”, ecc. Per non parlare delle start up che ogni giorno nascono con l’obiettivo di commercializzare le proposte e i servizi della sharing economy.

Le DMO e gli enti delle amministrazioni devono quindi fare i conti con tutte queste nuove piattaforme e con i servizi turistici da loro offerti, servizi che stanno velocemente cambiando le esperienze dei turisti nella destinazione. Fondamentalmente, le DMO devono quindi continuare a guidare le destinazioni, includendo anche la sharing economy, che significa, nel bene e nel male, promuovendola perché a tutti gli effetti fa parte dell’offerta turistica della destinazione.

In fondo, si tratta di una legge vecchia come il mondo: se non puoi combattere un nemico tanto vale farselo alleato e unirsi a lui. Ed è proprio questo che devono fare le DMO: allearsi con la sharing economy per colmare il vuoto esistente fra la economia turistica “tradizionale” della destinazione e quella “grigia”.
In gioco infatti c’è l’immagine e la reputazione della destinazione, che in definitiva è il capitale più importante sul quale si fonda l’economia turistica di un territorio. Se infatti con l’arrivo della sharing economy il turismo è cambiato non si può fare altro che cambiare l’approccio e le modalità di gestione.

In questo senso, Four Tourism ha sviluppato una strategia per le DMO che prevede di sviluppare delle partnership con alcune piattaforme P2P, stabilendo degli standard di servizio e di accomodation, al fine di integrarle nell’offerta della destinazione (inserendole così anche nel circuito della tassa di soggiorno), oltre a prevedere apposite strategie con gli altri dipartimenti dell’amministrazione per la pianificazione urbana, i trasporti e via dicendo.

La strategia proposta da Four Tourism promuove una visione di interazione tra la destinazione e la sharing economy per una migliore gestione complessiva del territorio, in modo da eliminare la “zona grigia”, facendola diventare “bianca”, in un rapporto di pacifica coesistenza con l’economia turistica “tradizionale” già presente.

Per fare questo, è necessario che le DMO:
1. siano a conoscenza del peso e delle dinamiche della sharing economy nella propria destinazione: volumi dei flussi turistici, volume e tipologia di operatori e cittadini che vi operano;
2. adottino una visione aperta ed incorporino (con cautela) gli operatori della sharing economy all’interno della propria offerta;
3. introducano regole di comportamento e di relazione con gli operatori della sharing economy;
4. comprendano il potenziale della sharing economy per la destinazione: sviluppo, crescita, ecc;
5. prevedano una tutela dei valori e delle caratteristiche della destinazione, soprattutto di tutto ciò che è locale per evitare di cadere nella standardizzazione;
6. mettano in contatto i turisti con le proposte e le esperienze alternative degli operatori della sharing economy, costruendo dei ponti fra local e turisti;
7. fungano da interlocutori fra il turista che vuole visitare la destinazione e che desidera utilizzare i servizi della sharing economy;
8. prendano parte alla conversazione fra il mercato/domanda e la sharing economy locale;
9. costruiscano partnership con gli operatori e le piattaforme P2P, per gestire al meglio l’offerta e la domanda;
10. gestiscano, sempre e comunque, la reputazione della destinazione (destination reputation).

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